Tipi da museo: nella storia un mare di storie al Museo della memoria e dell’accoglienza

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Un museo al mare. Nulla a che vedere con la  biologia marina ma, piuttosto, con la storia. Tasselli di memoria universale che, sparsi un po’ ovunque, si ricongiungono fino a condurre  a Santa Maria al Bagno, oggi località balneare della costa ionica.

Alice dice di non conoscere molto bene questa zona, “ah già, tu sei adriatica!” commenta Delia. E dalla macchina lo sguardo di Alice ruota alla vista delle Quattro Colonne, così perfette nelle loro estremità da non credere che si tratti di un’unica torre privata del suo ventre. Più in là si intravede Torre dell’Alto a dominare la cornice rocciosa ai suoi piedi.
Al “Museo della Memoria e dell’Accoglienza” troviamo  ad attenderci le nostre guide Rosa, Chiara e Marina. Ci sono anche Maira e Massimo che, con Alice, completano il terzetto #tipidamuseo.

La prima sala ci introduce immediatamente nella memoria custodita lì, di fronte al mare. I tre murales, recuperati dopo un complesso lavoro di restauro, riassumono in immagini il manifesto del partito Betar, cui l’autore Zvi Miller apparteneva. Chiara porta alla nostra attenzione varie trascrizioni in ebraico e altri simboli come la Stella di David e il candelabro a sette bracci, la Menorah.

Con le parole di Chiara il racconto figurativo di Miller e il proposito dei profughi di tornare nella Terra d’Israele diventano via via più chiari. Il filo spinato, immagine dell’olocausto e delle persecuzioni razziali, viene scardinato da una freccia che, come dotata di superpoteri, viaggia a velocità supersonica verso il sud Italia trasformandosi, poi, in una fila popolosa in marcia verso lo terra promessa. L’approdo è contrassegnato dalla Stella di David. Sembra di scorgere, in quel ponte umano i volti di uomini e donne riappropriatisi di dignità, e ciò mi tocca profondamente.
Il terzo murales e il suo significato sono ancora dubbi: c’è un soldato britannico e una donna con in braccio due bambini che chiede animatamente di aprire le porte.

Chiara ci spiega che quello che abbiamo dinanzi è un unicum, da nessuna parte è presente una testimonianza simile. Miller non è solo l’autore dei murales ma il protagonista, insieme a Giulia My, di una bellissima storia d’amore nata nel campo profughi di Santa Maria al Bagno tra un ebreo e una donna del posto.
Maira si manifesta curiosa di vedere una foto di Giulia.

Prima di passare nella sala che raccoglie la mostra di foto-documenti, vediamo su una cartina l’estensione del campo profughi. È stato strano immaginare che le bellissime residenze estive, tra Santa Maria al Bagno e Santa Caterina, siano state il tetto di molti rifugiati.

Ma facciamo un passo indietro. Il “Museo della memoria e dell’accoglienza”, inaugurato il 14 gennaio 2009, raccoglie ricordi e storie di profughi vissuti a Santa Maria al Bagno dal ’43 al ’47. Gli alleati individuarono ne “Le Sante”, le tre località di Santa Maria al Bagno, Santa Maria di Leuca e Santa Cesarea Terme, una temporanea collocazione per i rifugiati di varia nazionalità.
Ed ecco le storie nella storia: la convivenza pacifica tra profughi del campo e popolazione locale, la relazione amorosa tra Giulia e Zvi, la partecipazione dei soldati e degli ebrei alle festività locali, compresa la processione, la storia d’amicizia tra Jakob e Vittorio e le ricerche di Jakob, a distanza di anni, per avere notizie dell’amico Vittorio, suo insegnante d’italiano e “amico di bici”, e infine la visita del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per la consegna della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla Città di Nardò, nel 2005.

Giungiamo alla storia di chi partecipa attivamente alla vita del museo oltre che alla diffusione del suo “racconto”: l’associazione Tic Tac, ossia “Talenti innovativi creativi – territorio arte cultura”.
L’associazione attiva in campo culturale si compone di giovani forze e si occupa della gestione del museo dal 2013 con buoni risultati: ben settemila visitatori, tra studenti delle scuole, turisti e persone del luogo, le visite guidate anche in inglese e in ebraico.

Chiara, in particolare, parla l’ebraico ed è una profonda conoscitrice della tematica dei profughi ebrei nel secondo dopoguerra, cui ha dedicato la sua tesi ed, oggi, il dottorato di ricerca.

La terza puntata  #tipidamusei si conclude con Maira, Massimo e Alice.

Maira Marzioni è marchigiana, vive in Salento da quattro anni. Mai come in questo caso, “vivere” è un concetto azzeccato: Maira percorre i luoghi a bordo dei treni della Sud-est e ha raccolto materiale per raccontare il suo “Approdo a sud” in una rubrica per “Il paese nuovo”. Maira incontra storie di donne e r-esistenze. È l’“inventora” di “Battiparole di strada”: lo sguardo ricambiato dai passanti è ispirazione poetica di un ritratto tradotto in parole e battuto su carta con un’Olivetti Lettera 32. Ha scritto “Storie Terragne”, “Fimmine, fimmine, il teatro della vita. La raccolta, la tessitura, il vento”, “Sempre stata. Un mese ad Aliano”. La lettura e la ricerca accompagnano la scrittura. Così il suo racconto del museo di Santa Maria al Bagno ne indaga il suo senso più profondo. Qui il suo nuovo blog.

Tra i più attivi live painter italiani comparirà certamente il suo nome: Massimo Pasca. Si forma artisticamente in Toscana nella città di Pisa, dove ha vissuto e lavorato per 20 anni. Astratto, surrealista o creando ponti tra pop art e mondo dei fumetti, così Massimo si esprime dipingendo nei campi più disparati: musica, musei, festival musicali, centri sociali, cineclub, teatri.
Conta numerosi premi, riconoscimenti, collaborazioni, una ricca attività espositiva in Italia e all’estero. E’ considerato dalla critica uno degli eredi del segno pittorico di Keith Haring.

Alice Caracciolo è artista visuale, fotografa freelance, docente di storia e tecnica della fotografia. Descrive sé stessa e il suo lavoro in continua evoluzione, la sua ricerca pone un focus sul paesaggio soggetto a trasformazione. Sui non luoghi, quegli spazi prima invasi e poi abbandonati a loro stessi,  Alice orienta l’obiettivo e da lì intende ripristinare il racconto apparentemente sospeso o svuotato di senso. L’immagine fotografica diventa medium di una poetica civile.
Qui la sua pagina Fb.

Concludo questa fase di narrazione affermando di aver conosciuto così, con #Tipidamuseo, un altro pezzo di storia importante salentina. Porto via negli occhi l’immagine di due bambini, l’uno più grande e l’altro più piccolo, due vissuti, forse opposti, ma uniti da una bicicletta, un semplice collante e la promessa di un nuovo incontro, anni dopo.
Porto via la nudità di un museo che avrebbe tanto da dire e l’immagine dei vecchietti che giungono al museo mossi dal desiderio di rivedere vecchie foto di un tempo vivo nei loro ricordi. Basterebbe una seggiola e dare libero corso all’oralità, sarei felice di ascoltarli parlare.

Barbara Vaglio
Barbara Vaglio
La via per la gioia più semplice non si trova, si cerca. Così la scrittura è ricerca continua delle parole giuste per esprimere un concetto. Collaboro con diverse realtà, sono web content editor, redattrice. In bici ho preso le decisioni più importanti.
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