Si aprano gli scrigni, i “Tipi da museo” al Museo Civico “P. Cavoti” di Galatina

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Un museo disvelato dai “Tipi da museo”. Nello scrigno le gioie, tenute segrete, hanno un valore culturale riconosciuto, i tre tipi hanno ben pensato di “condividere” tale plus valore. Sotto chiave la ricchezza ammuffisce, meglio condividerla e renderla pubblica.

Alcuni punti del Museo galatinese sono migliorabili.

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Sin dall’ingresso, devi poter capire che quello che stai varcando è un museo, magari  con una targa che all’esterno del palazzo, pur chiaramente votato alla Cultura, riporti anche il nome del Museo.
Devi avere una visione organica del tutto, dagli uccelli di legno alla storia di un sindacalista (meglio se non “costretta” in un piccolo spazio come il genio nella lampada), dai taccuini di viaggio agli schizzi e tutta la bellezza che Cavoti è stato capace di produrre in vita.

Uno spazio deve poterti fare innamorare. E per quanto sia difficile immaginarselo, uno spazio deve  raccontare una storia, farti immergere nel tempo dell’artista (nel caso particolare di un museo) al punto che sia immaginabile Martinez mentre “va di scalpellino” e, lavorando la materia, dà vita al Caino urlante di dolore.

Purtroppo il Museo Cavoti, pur avendo molte gioie nello scrigno, le presenta in modo disorganico, non voglia questa essere una critica ma solo un punto da cui partire per migliorare. E l’iniziativa “Tipi da museo”, e il suo progetto-genitore MuseoWebLab, ha voluto compiere un passo in questa direzione: si insinui nuova arte nel piccolo-grande forziere, dove tanto patrimonio culturale e locale è custodito, si aprano i lucchetti e le porte, si conosca il valore e se ne dia uno nuovo, in segno d’omaggio.

Se il museo resta fine a sé stesso, forse, rischia di atrofizzarsi, per questo renderlo un laboratorio, un luogo in cui le parole d’ordine siano co-creazione e visione partecipata è un’idea da sposare senza se e senza ma. E così anche la situazione dei lavori in corso ha servito su un piatto d’argento il filone creativo da seguire. Un particolare apparentemente di poco peso o, al contrario, ingombrante può essere lo spunto per un’idea vincente.

Alessandro Colazzo, Paolo Ferrante e Margherita Macrì hanno colto degli indizi e da quelli si sono fatti guidare fino ad ottenere un lavoro, scevro da direzioni dove si capovolgono i ruoli: il condotto si conduce da solo nei meandri del museo che normalmente è il conduttore. La libertà di andare dove lo sguardo si posa, seguire il proprio intuito e costruire così una propria personale lettura.

Chi è che definisce la prospettiva d’osservazione? Può essere una e sola? La risposta è un sonoro “No” alla terza, perché ripetuto per tre volte da Margherita, Paolo e Alessandro.

Allora, il cellophane copre le statue del Martinez e diventa simbolo del disvelamento, l’epifania di qualcosa che viene alla luce sotto un velo materico che nelle foto di Alessandro perde la sua natura “plastica” per sembrare seta, quasi in un gioco al rimpiattino, seducente.
Il velo fa l’effetto vedo-non vedo e rende ammaliatrici le sculture femminili di Martinez, conturbanti nelle movenze come se fossero reali. Rende profondo lo sguardo dell’uomo che guarda dritto e furioso un possibile avversario, carezza la barba riccia del filosofo. Il velo pone in evidenza l’occhio di Caino, ruggente, sconvolto e sconvolgente.

Tipidamuso_34fuso_cavoti_carteincerteAlessandro e Paolo hanno “aperto” i taccuini di Cavoti, pieni di schizzi, annotazioni, oggetti del suo studio e suggestioni raccolte nel suo peregrinare. Tutto ciò che, aggirandovi per le stanze dedicate al Cavoti, non vedrete è d’un tratto “condiviso” grazie ai Tipi da museo: nel corridoio le “Carte incerte” appese escono dal taccuino per diventare visibili. Lo scrigno viene dischiuso un’altra volta.

Tipidamuso_34fuso_cavoti_cainoNella sala dedicata al Martinez, dove si stanno conducendo i lavori di ristrutturazione, un cono di luce orientato illumina un Caino parlante. Le parole pronunciate da Fabio Zullino sono state scritte da Margherita Macrì. Lei si è calata nei panni di Caino, nel suo pathos, nel momento cruciale che lo vede essere assassino e uomo, crudele e umano, incapace di capire come un atto così terribile abbia sporcato per sempre le mani sue e del genere umano. Come una conduttrice di sé stessa tra le stanze del museo, Margherita ha trasposto in parole il suo personale approccio a Caino, gli occhi asciutti e il pensiero di un “farneticante assassino”, del peccatore.

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L’installazione è accompagnata in un’altra sala dalle foto di Alessandro che hanno per fil rouge il cellophan, setoso e svelatore; anch’esse parte dell’installazione “Chi ha visto Caino?” della sala Martinez, focalizzata sul Caino e sulla sua confessione da assassino.

Tipidamuso_34fuso_cavoti_mauroIl “Manifesto delle conquiste” si compone di manifesti grafici  e della partecipazione di tutti e tre i “tipi”. Dalle pagine del libro di Caggia viene dischiusa la storia di un sindacalista di grande elevatura, Carlo Mauro che tanto ha fatto affinchè venissero riconosciuti i giusti diritti ai contadini. La memoria di quest’uomo deve essere resa nota al pubblico, necessariamente. É la mia, è la tua storia.

Tipidamuso_34fuso_cavoti_wunderkammerPaolo Ferrante ne “I Cieli interni” ha canalizzato un dettaglio clou della sala ornitologica di Giovan Battista Ferdinandi, ispiratrice di sentimenti in netto contrasto, un po’ come l’“odi et amo” di Catullo per Lesbia. Volatili e rapaci di legno abitano le teche e osservano il centro della stanza come se in essa debba accadere qualcosa, il visitatore si appropinqua animato da un dissidio interno, proprio come in quei luoghi sacri, reliquiari e cripte, dove regna sovrano l’ignoto e un senso di raccoglimento misto a timore. Nella sala ornitologica, Paolo ricrea un paesaggio a metà tra reale e metafisico, affiancando ai rapaci di legno oggetti ritrovati in luoghi abbandonati.
Concludo così questa mia avventura e anche se oggi è stato l’ultimo giorno utile per la visita di tutto ciò al Museo Cavoti, potrete ritrovarne alcune suggestioni nella serata finale al Museo Ferroviario a Lecce, il 5 gennaio.

Barbara Vaglio
Barbara Vaglio
La via per la gioia più semplice non si trova, si cerca. Così la scrittura è ricerca continua delle parole giuste per esprimere un concetto. Collaboro con diverse realtà, sono web content editor, redattrice. In bici ho preso le decisioni più importanti.
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