Museo della Memoria di Santa Maria al Bagno: l’accoglienza secondo i Tipi da museo

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Al Museo della Memoria e dell’Accoglienza erano in corso gli ultimi aggiustamenti prima di aprire le visite al pubblico. Chiara dell’associazione Tic Tac saltellava come una gazzella oltre il tappeto realizzato da Massimo Pasca, doveva arrivare intonso all’inaugurazione senza che piè lo avesse calcato.

Massimo, intanto era lì, a fare gli ultimi interventi chino sulla sua opera con un pennino in mano. Non c’era ancora nessuno (io ero arrivata un po’ in anticipo), ne ho approfittato per scambiare due chiacchiere con Massimo e osservare il suo tratto lesto illustrare particolari e dettagli, era così veloce che sembrava incredibile avesse disegnato sotto i miei occhi (quasi non me ne ero accorta!). Alzatosi da terra, Massimo mi ha accompagnato là dove il tappeto ha lo “start”. I disegni dalle estremità volgono verso il centro bianco, dove le sagome di un eventuale calpestatore indicano il percorso, per chi decida di salire sul tappeto e farsi guidare da un itinerario tracciato, in senso stretto e lato.

Tutto, e non solo il lavoro di Massimo, ruota attorno all’accoglienza. I tre “Tipi da museo”, infatti, hanno messo al centro questo tema già così fortemente legato alla storia del Museo della memoria di Santa Maria al Bagno.
Massimo ti accoglie sul suo tappeto che, se vuoi, puoi calpestare. L’invito dell’artista suona generoso: “Walking on”. Sotto i tuoi piedi scorre la sua storia di painter, un vissuto artistico costellato da disegni astratti, surrealisti e fumetti. L’osservatore attento verrà colto dall’imbarazzo nel guardare il disegno composito: parti stampate, parti con tratto evidentemente “fresco” e accostate a “pattern” stampati, parti in matita. Passato e presente della storia artistica di Massimo si offrono a te, visitatore. Accogliere è anche solleticare la curiosità dell’accolto, indurlo a porsi delle domande e permettergli di entrare pian piano nel proprio mondo. Le sagome-guida talvolta si dissolvono ai margini del tappeto facendo intuire che Massimo ti lascia libero di fare come vuoi, seguire la direzione, uscire o rientrare.

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Lungo il percorso si raggiunge la parete con i lavori della fotografa-detective Alice Caracciolo. Proprio sui non-luoghi posti un po’ al limite del ricordo e violentemente svuotati di senso, Alice pone l’obiettivo con la voglia di ricostruire una storia sbiadita. Il suo lavoro “27 dicembre 1943” propone una mappa dei luoghi che, negli anni ’40, hanno ospitato un popolo di passaggio, tra Santa Maria al Bagno e Santa Caterina, offrendo loro un posto dove pregare e altri dove discutere di politica. Dalle prove raccolte, Alice riprende le fila di una storia sospesa nel tempo, monca. Nelle sue foto ci sono i graffiti blu di Villa De Michele, tracce superstiti, forse, di un vecchio murales e coperte da strati di intonaco. Poi la casa rossa, sede di kibbutz, dove sono stati ritrovati i murales-manifesto politico di Zvi Miller. Le foto spaziano dall’interno all’esterno dei luoghi storici individuati da Alice rimandando così a un cammino profondo alla ricerca di significati e segni. Un viaggio fotografico che entra nei luoghi, nei silenzi e nei dialoghi sospesi, nelle tracce ancora visibili di un dopoguerra e del transito di un popolo, pronto a ripartire dopo la sosta.

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Superata la parete dedicata alla ricerca investigativo-storiografica di Alice e seguendo l’angolo retto disegnato dal tappeto “Walking on” di Massimo si giunge nello spazio ricreato da Maira Marzioni e illuminato da una nassa posta a custodia della luce e della memoria. In una scatola intima a tre pareti sono riposte le  storie-autoritratto scritte da Maira. Il meta-racconto si compone di piccoli e grandi estratti di vita, è il risultato di testimonianze, raccolte su rifugiatiebreiinpuglia.it, e della penna di Maira nonchè della sua immaginazione. La “Quarta parete, Diritto all’opacità” è la parete mancante della scatola, un eventuale prosieguo dei tre murales lasciati in eredità da Miller.  Sul muro bianco di fronte al lato mancante della piccola scatola si legge “Custodiscimi” in tre lingue (italiano, arabo e ebraico); sempre su questo muro il contenuto dei fogli opachi, riposti nella scatola, viene proiettato. Posti uno sull’altro, i fogli lasciano intravedere, nella loro opacità, le parti scritte del foglio sotto e di quello ancora sotto. Si racconta una storia universale:  piccole storie personali “matchate” per raccontare la storia d’un tutto che è la vita, la storia umana. C’è Lisa che non sa tuffarsi e qualcuno che glielo insegna. Il futuro e il tuffo, forse, la intimorivano. Così la storia di Lisa è completata dalla storia di qualcun altro. E poi “Vivo ancora senza tregua ed essere senza terra”, un concetto composto dal pensiero di molti.
Il senso comunicato da Miller nei murales “In guardia!”, Maira lo ribalta in “Custodiscimi”. Si vuole parlare di accoglienza come messa in gioco delle identità, come preludio alla mescolanza. Il concetto di opacità, riassunto da Maira nei fogli opachi, è di Edouard Glissant: i diversi possono non capirsi totalmente ma convivere bene, dall’opacità non nascono muri ma la possibilità di lasciare filtrare sempre qualcosa.

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Ritorno a dire che questi creativi-“fabbri”, hanno davvero fatto senza stare solo a guardare. Hanno creato una loro visione di accoglienza fornendo un tappeto tracciato, una ricerca investigativo-stroriografica, un quarto murales come continuazione dei primi tre, manifesto alla mescolanza di storie e vite.

Barbara Vaglio
Barbara Vaglio
La via per la gioia più semplice non si trova, si cerca. Così la scrittura è ricerca continua delle parole giuste per esprimere un concetto. Collaboro con diverse realtà, sono web content editor, redattrice. In bici ho preso le decisioni più importanti.
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