Le opere dei “Tipi da museo” al Museo Ferroviario, secondo me

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Sono al Museo Ferroviario. Supero il cancello e dietro uno degli oblò Chiara Costantino, in costante collegamento con le altre due dello staff di  MuseoWebLab  responsabili di Tipi da Museo (Delia De Donno in viaggio di nozze eppure costantemente e stoicamente presente ed Elisa Monsellato da Roma divisa tra “Tipi da museo”, Tracks, Macro e mezzi Atac romani) , mi saluta e mi fa cenno di entrare. É lì per aiutare  nell’allestimento.

I “Tipi da museo” sono all’opera.
Chiara Spinelli ha appeso le sue illustrazioni. Percorrendo il muro nella sua lunghezza, il racconto raffigurato accompagna fino allo schermo sul quale vanno in loop alcuni video-spot,  realizzati da Luciana Lettere. Vecchie valigie perfettamente in equilibrio incorniciano lo schermo, due bauli segnati dal tempo sono la base di questa singolare composizione a base di luggages.
Aldilà del treno marrone, che a bordo ospita la mostra di vecchie locandine pubblicitarie su affascinanti località-eldorado, c’è un corridoio e, superata la teca contenente il modellino di un vecchio vagone, parte la mostra fotografica di Francesco Sambati.

Penso a questo. Non so se sarò all’altezza di raccontare ora e per i prossimi due articoli tanta bellezza. Non sono un’artista, né ho una formazione artistica, sono solo sensibile all’arte e alla cultura, quindi vi prego di scusare se, da profana, racconto a mio modo quest’avventura.
Per me è la storia di nove tipi e tre generi d’arte, di nove fabbri. Le opere prodotte, infatti, sono il risultato di atti concreti e tangibili, i creativi non sono stati solo a guardare ma hanno fatto.

I numeri dei Laboratori dal Basso (Fonte: www.laboratoridalbasso.it)

Così Francesco ha ritratto nelle sue immagini l’usura di questi “eremi” ferrosi, ciascuno isolato sul suo binario  e nella sua particolare storia (treno merci, treno ospedale, treno storico che ha percorso e ripercorre binari vecchi e nuovi, etc…). La tangibilità passa dal manometro per la misurazione della pressione dei fluidi o da alcuni particolari che, estrapolati dal loro contesto, fanno venire alla mente un soggetto con elmetto e fiamma ossidrica nell’atto di saldare oppure l’armatura di un gladiatore. Altri dettagli come la sicura che chiude la valigia e, con essa, il suo contenuto, il vagone motore, dove il capotreno ha imparato a conoscere la macchina meglio di sé stesso.
L’intreccio narrativo-fotografico sembra avere  per canovaccio la manualità e l’usura. Ma il treno è anche un’ambientazione: sul suo sfondo ci sono le storie di chi ha viaggiato per raggiungere la località dei desideri ma anche la storia di quel vagone le cui tendine svolazzano, quasi in preda ad un tormento, come se a bordo si fosse compiuto un omicidio. Lo scenario è degno di un giallo alla Agatha Christie.

E sempre tanta concretezza c’è nella storia incrociata di Luciana e Chiara. Hanno raccontato una storia vera, l’una con le parole e l’altra illustrando. Mi hanno raccontato di aver fatto un viaggio lungo i binari ma sono andate anche oltre. Camminando, infatti, hanno assaporato odori, luoghi, paesaggi e il tempo del loro personale cammino ma anche quello di tutti coloro che lungo quei binari hanno viaggiato magari con in pugno solo una valigia di cartone.
In viaggio verso Andrano. Raccontano di un percorso, prima sul treno e poi a piedi, silenzioso e interrotto solo dal passaggio di un treno e dal transito di un’ape. Il paese che Chiara raffigura è un posto alieno e lontano ma anche così affine al suo segno artistico. È spoglio, minimale: una macchina (che sembra una navicella spaziale, forse lì ha luogo la base di atterraggio di una presenza extraterrestre), un lampione, il cielo lilla come il giorno del loro cammino, nuvoloso.
Ascoltare Chiara raccontare i “passi” che, lungo la parete,  raccontano momento per momento il viaggio suo e di Luciana è stato bellissimo. Ci sono tante scarpe, rappresentano i passi degli uomini, passi che si muovono celeri verso un “trenino delle FSE blu e rosso”. Il viaggio ha inizio con un fischio, man mano che si avanza cambiano le luci e i colori, un cambio treno e si approda nel paesello dove il tempo è fermo, immobile. Ecco comparire due figure intere aldilà della linea gialla che delimita la loro sosta, essi attendono il treno o cos’altro?
Chiara ha riflettuto molto sull’attesa intesa come disagio, quella difficoltà nel percorrere i chilometri del Salento, la retta da nord a sud e la sua tangente da est a ovest.
Mi è piaciuto moltissimo il treno umanizzato, laddove lo sbuffo disegna una gamba e un piede, le tendine sembrano  i capelli rossi di una bimba monella acconciati da due codini.
Arriva il momento di Luciana, cinque video-spot raccontano in pochissime battute alcuni concetti chiave che sono, poi, la summa di una più ampia memoria storica affidata alle parole di Fabio, volontario Aisaf onlus e referente del Museo Ferroviario di Puglia.
In un primo video il paesaggio scorre lento e silenzioso dietro un finestrino, c’è un primo piano sui treni “tatuati” da scritte urban style e fermi sui binari. La voce di Fabio accompagna gli altri spot: si ricorda che il museo è una testimonianza di archeologia industriale, che il fitto traffico merci si è ridotto notevolmente nel tempo e, infine, che la storia delle Ferrovie Sud Est ha sede al Museo Ferroviario di Puglia.
Luciana cammina tanto.  E proprio nel modo che le viene più naturale per scoprire luoghi e cose, fa con Chiara un’esperienza concreta dei binari e della storia in essi condensata.

Il loro viaggio diventa un po’ anche il nostro: una scoperta dell’identità, delle nostre reti, ferroviarie e concettuali, con tutti i loro limiti, uno sguardo sul paesaggio dominato da cinque cipressi e un’ape, dei paesi e degli odori. Una storia bella da vedere nelle illustrazioni di Chiara, da leggere nel racconto condiviso da Luciana sul suo blog Made for Walking.

Dato che ho raccontato, a modo mio, le opere realizzate dai “Tipi da museo” per il Museo Ferroviario, ora andateci e vedetele con i vostri occhi, fino al 5 gennaio (qui gli orari di apertura e altri dettagli utili).

Barbara Vaglio
Barbara Vaglio
La via per la gioia più semplice non si trova, si cerca. Così la scrittura è ricerca continua delle parole giuste per esprimere un concetto. Collaboro con diverse realtà, sono web content editor, redattrice. In bici ho preso le decisioni più importanti.
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