Cava Madre: un grande museo di archeologia industriale all’aperto

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Cava Madre, un grande museo di archeologia industriale all’aperto, una nicchia ecologica importante, 

un borgo antico e un po’ dimenticato, che ha donato la sua pietra per la costruzione dei palazzi leccesi. 

La storia di Cava Madre è una storia che va avanti da quasi tre anni. Un piccolo borgo alle porte di Lecce che ha qualcosa di magico, che ti fa rivivere le dinamiche di un piccolo paese, dove il tempo rallenta e si assapora la tranquillità della vita e la saggezza degli anziani.

Prima di venire a conoscenza della cava pensavo che Borgo San Nicola fosse un agglomerato di case fatte male, senza criterio con due strade a dividere il tutto, solo la strada che mi portava alla coop.

Il 24 novembre del 2012, affascinata dal nome di Gilles Clément, decisi di partecipare agli incontri sul terzo luogo che vedevano il noto paesaggista come protagonista. Una serie di coincidenze mi hanno portata a scegliere il gruppo che si concentrava sulla zona delle Cave di Borgo San Nicola. Fu lì che scopri questo micro-mondo nascosto. Per anni ho passato via Calore senza rendermi conto di quello che c’era al di là della strada, un cuore scavato nella pietra che solo pochi avventurieri riescono a scoprire. Un vuoto che la natura è riuscita a riprendersi di nascosto, grazie alla complice indifferenza degli uomini, in un piccolo borgo nato attorno ad una cava come a proteggerla. Questa la visone romantica; d’altro canto la stupidità umana incurante ed irrispettosa dei luoghi ha scaricato all’interno della cava gli scarti del consumismo sfrenato della società moderna.

Ad aprile di quest’anno il quarto incontro, ormai un appuntamento fisso. Nel gruppo di cava madre, riesco a riconoscere pochi volti, in effetti la maggior parte dei partecipanti sono alla loro prima volta, arrivano da svariate parti dell’Italia, perlopiù giovani architetti con tanta voglia di fare. L’obiettivo di quest’incontro è fare qualcosa di concreto. Partiamo con questo nuovo gruppo di persone, arriviamo alla cava e qui facciamo un’amara scoperta, la zona è completamente recintata da un immensa cancellata di ferro e cemento, il dispiacere negli occhi di Gilles è forte. Il comune ci ha affidato per 30 giorni lo spazio intorno alla torre colombaia che sovrasta la cava e “per farci un favore” lo ha ripulito di tutte le piante che crescevano rigogliose intorno ad essa; ultimo superstite un piccolo pino solitario in mezzo alla terra arata. La nostra è una concezione totalmente diversa, il nostro obiettivo, come scrive Gilles, è «seguire il flusso naturale dei vegetali, inscriversi nella corrente biologica che anima il luogo e orientarla. Non considerare la pianta come un oggetto finito. Non isolarla dal contesto che la fa esistere» (G. Clément, Il giardino in movimento, Macerata 2011, p. 15). Di fronte a ciò non ci perdiamo d’animo e decidiamo di lavorare in uno spazio antistante, una frische con una piccola cava in miniatura. Una cura reciproca tra natura e uomo, dove l’uomo ha il compito di agire il meno possibile per permettere alla diversità di creare un luogo di invenzione biologica.

Il luogo è completamente pervaso da rovi – pianta che, a detta di Gilles, avrebbe potuto sostituire la recinzione in cemento a difesa della cava – e decidiamo quindi, camminando in fila indiana, di creare un percorso di sentieri verso la cavetta. Ci proponiamo, poi, sempre nel nostro progetto, di creare un giardino in movimento: piantiamo otto alberi di frutti minori , la cui ombra impedirà ai rovi di crescere eccessivamente.

Grazie all’aiuto del signor Vito, armato di decespugliatore, in due giorni riusciamo a portare a termine il nostro intento: raggiungiamo la cava piccola, dove creiamo una scala con gli scarti di materiali edili abbandonati.  Nel frattempo concentriamo il nostro lavoro nella cavetta e la ripuliamo, sorprendendoci di tanto in tanto grazie ad alcune entusiasmanti scoperte, quasi dei doni del luogo all’uomo che lo rispetta. L’area si scopre piena di orchidee selvatiche, che noi recintiamo affinché non vengano calpestate.

Dai rifiuti che spostiamo emerge una serie di volumi enciclopedici che il caso ha voluto si chiamassero “L’uomo e lo spazio”. Non potendo ignorare l’evento, erigiamo un’ara con gli scarti edili e dedichiamo il prezioso ritrovamento, fausto presagio, di fronte a questo tempio della natura.

Poco distante c’è la torre colombaia, un altro tempio, che muniamo di Lari a protezione della cava e del paesaggio circostante.

Nel frattempo gli abitanti della zona, incuriositi, si affacciano per cercare di capire cosa stiamo combinando. Spieghiamo loro il nostro progetto ed essi ben felici decidono di rendersi disponibili a curare il giardino e a mettere a disposizione l’acqua per gli alberi. Il terzo luogo inizia a prendere forma non solo nel suo aspetto fisico, ma anche politico ed esistenziale. Sarà la progettazione partecipata a portare una svolta nella concezione italiana del non-fare le cose? Qui qualcosa è stato fatto e mi sembra un ottimo inizio.

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